Kampfar – “Kampfar” (1996)

Artist: Kampfar
Title: Kampfar
Label: Season Of Mist Records
Year: 1996
Genre: Black/Folk Metal
Country: Norvegia

Tracklist:
1. “Kampfar”
2. “Hymne”
3. “Hjemkomsten”

Per-Joar “Dolk” Spydevold deve essere uno di quei personaggi che, sebbene la sorte li ponga sovente in circostanze non proprio favorevoli per il raggiungimento dei loro scopi, riescono sempre a trovare la quadra e cavare, come si suol dire, il sangue dalle rape. La lotta che il biondissimo polistrumentista dal passaporto norvegese ha portato avanti in ormai sette lustri di indefessa militanza lo ha visto talvolta come temporaneo sconfitto, è vero, rimasto prigioniero di silenzi discografici sempre avvolti nel totale quanto sacrosanto mistero, ma assai più spesso e più crucialmente come trionfatore assoluto grazie ad album dalla caratura seriamente difficile da replicare. Non fosse ciò abbastanza, a vincere codeste battaglie artistiche ed umane insieme a lui sono stati solo in rare occasioni eserciti agguerriti di affiatati sodali, dal momento che in numerosi e ben noti altri casi ad affiancarlo non vi erano che figure di passaggio, fondamentali ognuna a modo suo ma che mai avrebbero regalato certe perle oscure al mondo delle sette note in nero senza la giusta direzione del leader. Così era stato quando, ad inizio anni Novanta, il Nostro aveva trovato in Lars Petter “Bathurst” Helgesen il giusto compagno d’armi per una breve quanto felicemente propedeutica avventura a nome Mock, il cui principale lascito su formato extended-play “Vinterlandet” avrebbe peraltro visto la luce a progetto già tumulato; e così si sarebbe ripetuto ad un giro di sole dall’uscita dell’appena citato opus, quando la pubblicazione di un altro EP di ancora tre tracce avrebbe dato il via ad una leggenda la quale tutt’oggi incute rispetto e timore in chi è incauto abbastanza da avvicinarsi agli insidiosi boschi del Grande Nord.

Il logo della band

D’altronde, il regno delle note distorte è sempre stato pieno di strane coppie capaci in un modo o nell’altro di completarsi a vicenda: e questo sin dai gloriosi giorni del pacato genio visionario di Tony Iommi sublimato nell’iconica sregolatezza di Ozzy Osbourne, o della angst giovanile di James Hetfield consacrata anche dal fiuto per gli affari di Lars Ulrich. Nel Black Metal, dove analoghe dinamiche si sono ripetute parecchie volte grazie a duopoli inossidabili quali Euronymous e Dead, Fenriz e Nocturno Culto, Abbath e Demonaz, Nattefrost e Nordavind, Grutle Kjellson ed Ivar Bjørnson e via discorrendo, le improbabili intese tra individui distanti per formazione e predisposizione sono state nondimeno importanti per elevare il genere dal solipsismo delle one-man band ed in generale dei monicker guidati dal classico uomo solo al comando: perché in fondo, per ogni Bathory o Burzum di questo mondo vi sono un’infinità di progetti dal dubbio gusto e dalla dubbissima utilità, evidentemente figli dell’incontinenza condita da manie di protagonismo piuttosto che della sincera ispirazione.
Forse proprio al fine di evitare un simile scenario, indegno delle sue palesi capacità creative, l’alleanza forgiata da Dolk con il cognato Thomas Andreassen viene sancita al giro di boa dei Nineties, proprio mentre la Norvegia sta evolvendosi contemporaneamente in mille forme e dalle foreste stanno uscendo a vario titolo Enslaved, Storm, Isengard, Ulver ed Helheim. I tempi sono insomma maturi per proposte via via meno legate all’ortodossia, che guardino persino più indietro umanisticamente e storicamente parlando, ed in un ambiente così tanto ricco di stimoli unire un devoto metallaro in cerca di sfoghi artistici inediti ad un timido appassionato di musica tradizionale norrena (o alla sua cultura) appare addirittura come una scelta quasi sensata.

Dolk

Per comprendere allora “Kampfar”, nella sua importanza tutt’altro che secondaria nonostante l’effimera natura del prodotto in sé (rilasciato peraltro tramite una appena nata Season Of Mist), conviene con tutta probabilità partire proprio dal cuginetto “Vinterlandet”, uscito l’anno precedente sotto l’egida Mock in tandem con uno split insieme all’altra meteora Tumulus, di provenienza invece teutonica. L’anticipo risicato, anzi quasi nullo se contiamo la presenza delle stesse identiche versioni della title-track e del futuro classico “Hymne” su di un nastro marchiato Kampfar fatto circolare già nel 1995, non è di certo un mero frutto della fretta di dare alle stampe nuovo materiale: il Black Metal che Dolk vuole portare avanti mantiene inalterate alcune caratteristiche quali la velocità generalmente tenuta a freno, al cui posto viene data invece importanza all’austera solennità di tre composizioni decisamente ambiziose per una creatura ai suoi primissimi passi, nei minutaggi così come nei contenuti. La genesi del gruppo assume pertanto i connotati mitopoietici dell’omonimo brano iniziale, una ambiziosa e strutturata cavalcata di quasi dieci minuti la quale allaccia appunto “Vinterlandet” ed il suo metallo nero corposo nonché abbastanza tradizionale (almeno per quanto il termine avesse senso allora) ad un presente fatto di sei corde pulite in intro, break mediano e outro, e dove l’eleganza di stampo Folk portata in dote da Thomas riveste e si adatta alla pungente elettricità di Dolk con risultati seriamente già mirabili, più una coda di oscura sensibilità tastieristica come non ne sentiremo più dalla band, per assurdo, fino ai più recenti sviluppi discografici odierni. La trasformazione da Mock in Kampfar è ormai in pieno corso, e con essa non può che arrivare la “Hymne” destinata a diventare una pietra miliare nel percorso della band; l’epica severa e al tempo stesso luminosa con quella voce pulita baritonale da un’altra età, asso nella manica di un colossale esordio su full-length quale sarà “Mellom Skogkledde Aaser”, soffia indomita già al massimo della forza in questo fulminante biglietto da visita, cui difetta magari il taglio assassino delle chitarre ottenuto l’anno dopo ma non l’arcana tensione di quella tastiera e di quei vocalizzi inconfondibili, che faranno scuola negli ambiti più pagani del Metal estremo. I due monoliti appena eretti sulle coste di un fiordo sono praticamente tutto quanto occorra sapere sui Kampfar e sul modo in cui essi segneranno le frange più etene del sottogenere nero, e tuttavia c’è ancora tempo per una sorpresa intitolata “Hjemkomsten”, non tanto una semplice coda articolata sui pregevoli scambi tra le declamazioni di Dolk e le melodie dei sintetizzatori, quanto un what-if di come sarebbe andata se l’act di Fredrikstad avesse guardato ai Dimmu Borgir, ai Gehenna e al Medioevo scandinavo su terra ferma anziché imbarcarsi su lignei drakkar alla volta dell’avventura.

Anche solo per quei due minuti e mezzo che mettono il sigillo sulla sua durata limitata ma pure perfettamente bilanciata, capace di mettere la pulce nell’orecchio ai primi discepoli senza esaurirne affatto la curiosità, l’eponimo EP oggi giunto alla sua terza decade di esistenza merita, anzi esige con il suo vocione profondo un posto nel corpus discografico kampfariano e, di conseguenza, in quello della Norvegia nel suo intero: una scena ove, a giusto un mese e mezzo dall’inaugurazione dell’annata 1996, la sequenza composta da “For Kunsten Maa Vi Evig Vike”, “Stormblåst”, “Drep De Kristne” e da questo semi-dimenticato mini dilaga nei solchi già tracciati in precedenza per spingere ulteriormente verso nuovi linguaggi e sensibilità. Più in piccolo, “Kampfar” presenta d’altro canto al mondo estremo un’entità la quale, sebbene istituzionalizzatasi in tempi recenti con esibizioni dal vivo e line-up un tantino più stabili, ha significato per tantissimo (e per tantissimi) una seppur minima preservazione dell’antico spirito: con ritmi di rilascio del tutto sballati, quasi incuranti di ogni meccanismo di promozione, e concerti totalmente inesistenti fino a metà Duemila. Soltanto da un progetto simile potevano allora uscire un debutto tellurico chiamato “Mellom Skogkledde Aaser”, un sequel del calibro di “Fra Underverdenen” con le sue tonalità ombrose sostituitesi al sole artico prima imperante, e non ultima la doppietta composta da “Kvass” e “Heimgang” più avanti, i quali, nel vuoto pneumatico a loro coevo, sfoggiavano fieri una povertà di mezzi rivendicata come lascito di un’epoca lontana più nel sentire comune che sui calendari; erede tutt’oggi di quegli oscuri eoni di troll, morte e stregoneria, il Dolk di trent’anni dopo attende in silenzio la prossima sfida, sicuro di uscirne vincitore come sempre ha fatto.

Michele “Ordog” Finelli

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